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Ci sono strumenti che nascono per rispondere a esigenze reali, ma con il tempo faticano ad adattarsi ai cambiamenti sociali e culturali. Ne è un esempio il Tfr.
Nato per tutelare il lavoratore, oggi si confronta con una popolazione istruita e con maggiori competenze economiche rispetto al passato. Ecco perché oggi merita di essere rivisto da un’altra prospettiva.
Tfr: come funziona oggi
Lo Stato applica alle buste paga un prelievo che va dal 23 al 43% a cui si somma il 9,19% di contributi INPS. Allo stesso tempo, chiede alle aziende di versare all’INPS e all’INAIL c.ca il 30/31% della RAL (Retribuzione annuale lorda), oltre a un ulteriore 7,4% della RAL nell’accantonamento destinato al Tfr.
Si tratta delle tutele ottenute con le storiche battaglie sindacali, che tuttavia oggi appaiono rigide e anacronistiche. Lo stato, infatti, continua a indirizzare la destinazione del denaro accantonato, anno dopo anno, dall’azienda e dal lavoratore stesso, imponendo regole e vincoli che lasciano al lavoratore un margine di scelta piuttosto limitato.
Le opzioni di destinazione del Tfr
Passando a una panoramica pratica di quanto detto, nelle aziende con meno di 50 dipendenti, il lavoratore può:
- destinare il Tfr all’azienda che lo gestirà come liquidità garantendo una rivalutazione del 1,5% più il 75% dell’inflazione
- lasciarlo al fondo pensione di categoria (chiuso)
- scegliere un fondo aperto oppure un Piano Individuale Pensionistico (PIP) con rendimenti che dipenderanno dal mercato.
Un aspetto importante su cui soffermarsi è che il lavoratore può chiedere di riscattare il proprio Tfr solo dopo 8 anni, fino a un massimo del 70% e solo giustificando la richiesta con eventi come il matrimonio, l’acquisto della prima casa o gravi problemi di salute.
E non è tutto: dal 1° luglio di quest’anno, per i neoassunti lo Stato ha previsto che i contributi per il Tfr siano destinati al Fondo negoziale di categoria (es. Cometa per i metalmeccanici). Il lavoratore ha solo 2 mesi per comunicare eventuali destinazioni diverse, contro i 6 garantiti in precedenza.
Alternativa al Tfr: il caso dell’oro
Un’azienda non può indicare la volontà di gestire il Tfr dei propri dipendenti, per esempio acquistando oro, perché la normativa non lo consente, anche se sempre più aziende si affidano all’oro per gestire la propria liquidità, riuscendo così a mantenere gli impegni nei confronti dei dipendenti e avere un margine di utile.
L’impressione è che l’impianto normativo definito dallo Stato voglia gestire il Tfr privilegiando Sindacati e Fondi pensionistici che, però, dal punto di vista dei rendimenti economici, non sono i più performanti sul mercato.
Tfm: qual è la situazione attuale
Il registro, se si prende in considerazione il Tfm, cambia del tutto rispetto a quanto visto finora. L’unico aspetto sul quale lo Stato ha una posizione rigida è che venga ufficialmente approvato prima della nomina dell’amministratore beneficiario del trattamento. Stabilito ciò, l’azienda può dedurre quanto accantonato dai redditi (IRES) purché la cifra sia congrua rispetto alla redditività dell’azienda.
Allo stesso tempo, l’amministratore acquisisce il diritto alla tassazione separata sull’importo maturato. E sarà applicabile in caso di fine mandato, dimissioni o revoca, in base all’accordo iniziale e a una successiva delibera del Consiglio.
L’oro nel Tfm: come funziona la tassazione
In questo caso, l’azienda ha la possibilità di accantonare oro fisico da investimento dichiarandolo apertamente. Potrà quindi accordarsi con l’amministratore se consegnare l’oro oppure se monetizzarlo:
- se l’azienda vende l’oro con plusvalenza, pagherà il 24% come IRES, mentre l’amministratore dovrà versare il 20% del valore come ritenuta di imposta
- quando l’amministratore rivenderà l’oro, dovrà versare allo Stato il 26% sulla plusvalenza maturata rispetto al valore al momento della cessione da parte dell’azienda.
Appare evidente che adottare il Tfm in oro è di certo più calzante per una piccola-media impresa, dove, di solito, l’amministratore è anche il titolare effettivo e l’incarico viene considerato a vita.
Pur restando un’opzione migliore dei prodotti finanziari cosiddetti “garantiti”, per nomine di amministratori a breve termine, l’oro potrebbe performare di meno, mantenendo comunque la sua prerogativa di ammortizzazione della svalutazione.

Accantonamento del Tfm per l’amministratore: la situazione nelle PMI
In Italia la PMI (Piccola Media Impresa) è la base di tutto il lavoro e della produzione nazionale. Le PMI si suddividono in tre categorie:
- Medie imprese (sotto i 250 dipendenti e fatturato superiore ai 50 milioni di €)
- Piccole Imprese (sotto i 50 dipendenti e fatturato superiore ai 10 milioni di €)
- Microimprese con (sotto i 10 dipendenti e fatturato superiore ai 2 milioni di €).
Quasi tutte le Medie Imprese prevedono la possibilità di attivare il Tfm per i loro amministratori addirittura nello statuto, mentre per le altre due categorie capita di riscontrare che molti imprenditori non sanno nemmeno che questa possibilità esiste.
Inoltre, va considerato che nelle Piccole e Micro imprese, di solito, l’amministratore coincide con il proprietario dell’azienda. Alla luce di tutto questo, non sfruttare la possibilità di accantonare un’indennità a favore dell’amministratore, potendo dedurre al 100% quanto versato, risulta un’occasione totalmente persa.
Oltretutto, il versamento capitalizza valore senza impatto fiscale immediato e, al momento della cessione al beneficiario, viene tassato in modo agevolato tramite la tassazione separata riservata alle persone fisiche.
Perché considerare l’oro fisico per l’accantonamento
Trattandosi di un rapporto di lunghissima durata è consigliabile che l’accantonamento non avvenga su un conto corrente bancario, bensì preferendo attivare il Tfm in oro fisico da investimento.
In questo caso, non solo si usufruisce dei vantaggi fiscali normali, ma anche di quelli riservati all’acquisto di oro.
Non vanno dimenticati, infine, la protezione che l’oro ha sempre dato sulla svalutazione delle valute, i vantaggi di investire su un elemento decorrelato dai mercati borsistici e senza alcun rischio di controparte.
Accantonamento Tfm e deducibilità: i limiti da rispettare
Capita spesso di verificare che alcuni imprenditori si lascino prendere la mano: essendo a loro totale discrezione gli importi da accantonare anno per anno, tendono ad aumentare le cifre nel tentativo di ridurre il carico fiscale.
Nel caso specifico del Tfm è un errore perché se le cifre non mostrano congruità rispetto agli utili dell’azienda, lo Stato può ridiscutere tutta l’operazione, annullare la deducibilità pregressa e non permettere il trasferimento del capitale dall’azienda all’amministratore.
Quindi per il Tfm vale la diligenza del “buon padre di famiglia”: accantonare cifre eccessive oggi potrebbe rivelarsi controproducente in futuro.
Tfr e Tfm rispondono a esigenze diverse e seguono regole fiscali differenti, che non si riducono alla sola modalità di accantonamento, ma danno la possibilità di trasformare un obbligo futuro in una scelta consapevole di gestione e tutela del patrimonio.
In quest’ottica, valutare strumenti e modalità di accantonamento, compreso l’eventuale utilizzo dell’oro fisico da investimento, può diventare parte integrante di una strategia patrimoniale di lungo periodo.


